La molecola contenuta nel latte materno aiuta a contrastare la progressione della malattia di Alzheimer

L’Alzheimer in genere ha un inizio subdolo: si cominciano a dimenticare alcune cose e si finisce per arrivare a non riconoscere nemmeno i familiari più stretti. La malattia di Alzheimer che colpisce la memoria e le funzioni cognitive, oggi riguarda circa il 5% delle persone con più di 60 anni, e in Italia si stimano circa 500.000 casi, numeri che identificano questa patologia come una tra le più diffuse nella nostra civiltà.

I ricercatori di Ce.Ri.Fo.S, il Centro di Ricerche e Formazione Scientifica sulle malattie rare nel settore endocrinologico e immunologico, che da anni conducono studi specializzati in questo campo, non hanno dubbi: oggi l’Alzheimer può essere affrontato sin dalla sua insorgenza e combattuto con successo.

L’Alzheimer viene considerato all’interno di un dismetabolismo, dovuto principalmente al mancato apporto di glucosio al cervello, causato da un deficit di funzionamento del recettore insulinico.

Per comprendere appieno questo meccanismo, bisogna partire dal fatto che il cervello per il suo funzionamento necessita di circa 100-150 g di glucosio al giorno, ma il sangue ne può immagazzinare soltanto 5 g; serve quindi un approvvigionamento continuo. Il protagonista indiscusso in questo processo è il recettore insulinico che gioca un ruolo fondamentale: quando riconosce la presenza d’insulina, manda un segnale all’interno della cellula che permette l’apertura di un varco nella membrana cellulare nell’esatto momento in cui necessita.

Ciò che condividono Diabete e Alzheimer è il difetto del ricettore insulinico, che mentre nell’Alzheimer riguarda il ricettore insulinico del sistema nervoso centrale, nel diabete è a carico delle cellule ß del pancreas. Tale legame giustifica l’evidenza scientifica che le persone affette da diabete di tipo I o II soffrono più frequentemente di Alzheimer rispetto a chi non è affetto. Col riconoscimento dell’importanza del metabolismo degli zuccheri si sta diffondendo dunque l’identificazione della malattia d’Alzheimer come diabete di tipo III.

A causa del deficit del recettore insulinico, si formano all’interno del tessuto cerebrale le placche amiloidi che fanno perdere efficienza ai neuroni fino a portarli alla morte. Questo processo di degrado è abbastanza lento; inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi e man mano si diffonde fino a raggiungere l’ippocampo, la struttura deputata al processo di memorizzazione. In sostanza, più i neuroni muoiono, più le zone del cervello colpite iniziano a rimpicciolirsi e il cervello comincia ad avere “fame di zucchero”. È a questo punto che si rendono visibili i primi segni di demenza.

La soluzione, almeno in parte, è rappresentata dall’integrazione con galattosio, uno zucchero che, a differenza del glucosio, per essere assorbito dalle cellule non richiede né l’insulina né il suo recettore, che come abbiamo visto non funziona correttamente nei pazienti colpiti dalla malattia. Il galattosio, infatti, per arrivare all’interno della cellula usa un trasportatore differente, detto GLUT 3, e per questa ragione è l’unico elemento nutrizionale che può arrestare la fame di zucchero del cervello. Se pensiamo, inoltre, che il galattosio è lo zucchero del latte materno, quindi strettamente legato alla crescita e alla strutturazione cellulare, intuiamo facilmente a quale elemento primordiale ed essenziale ci stiamo avvicinando: per la rigenerazione del sistema nervoso, danneggiato da patologie degenerative quale l’Alzheimer, si utilizza in pratica lo stesso principio che viene utilizzato dal bambino per riparare, generare o rigenerare il sistema neurologico.

Il galattosio non rappresenta la cura d’elezione per la malattia d’Alzheimer, ma certamente questo zucchero può migliorarne notevolmente la sintomatologia, come dimostrato nei tanti studi effettuati da Ce.Ri.Fo.S.

Il nostro Centro di Ricerca ha osservato miglioramenti dei valori glicemici in pazienti affetti da Alzheimer con diabete di tipo ll. In uno degli studi più recenti a pazienti con MCI (Mild Cognitive Impairment – Decadimento cognitivo lieve) è stato somministrato quotidianamente galattosio per sei mesi. All’inizio, a metà e al termine della fase di intervento, è stata verificata la prestazione cognitiva con diversi tipi di test, nel corso dei quali sono stati riscontrati miglioramenti significativi in settori specifici delle funzioni cerebrali. I risultati di questo studio pilota fanno sperare che la somministrazione di galattosio migliori l’apporto di energia alle cellule cerebrali tanto da impedirne il decadimento pur con l’avanzare dell’età.

Un altro studio proiettato verso malati di diabete II con somministrazione bisettimanale di galattosio 10% in forma endovenosa e con assunzione orale di 10 g. giornalieri ha evidenziato un notevole miglioramento dei valori della glicemia, riportandoli alla soglia entro 3 mesi.

Il giusto approccio alla patologia secondo Cerebro®

Un dato essenziale è lo stadio della malattia.

«Intervenire ai primi sintomi migliora di molto la prognosi» commenta il dottor Samorindo Peci, direttore scientifico di Ce.Ri.Fo.S, che da anni porta avanti la ricerca sulle patologie sopra elencate.

Il protocollo è composto in quattro fasi, personalizzabili in base alle risposte individuali.

“Per noi le novità terapeutiche, completamente biologiche, utilizzate per l’Alzheimer oltre al galattosio da somministrare in miniflebo per la terapia d’attacco e in soluzione os in posologia di mantenimento, sono gli aminoacidi combinati, che servono per attivare la respirazione cellulare e gli estratti cellulari per la rigenerazione dei tessuti. E grazie al contributo di collaborazioni internazionali sulla produzione di queste molecole combinate, stiamo avendo risultati eccellenti”.

È inoltre importante, nell’approccio alla patologia, tenere in considerazione l’approccio nutrizionale. Partendo dall’idea che ogni patologia, compresa l’Alzheimer, necessita di una valutazione clinica a sé riteniamo utile affrontare in questo caso una nutrizione prevalentemente proteica, dando maggiore risalto alle proteine vegetali rispetto a quelle animali senza introdurre carboidrati.  Questo tipo di alimentazione rappresenta un atto medico, per cui devono essere presi in considerazione molti fattori funzionali e fisiologici che necessitano di monitoraggio nel tempo.

Cerebro®, attraverso la collaborazione con Ce.Ri.Fo.S e partner internazionali, è inserito nella linea produttiva del Galattosio per supportare i pazienti nella fasi iniziali e intermedie di malattia.

[Fonte: Medicina di Frontiera anno I, Nr. 1]

Di Federica Peci

Psicologa, Giornalista Scientifica

In collaborazione con lo Staff di Cerebro®

Cerebro®, Start-Up nelle Neuroscienze ad alta tecnologia e innovazione mira ad aiutare e supportare i pazienti degli studi e poliambulatori associati attraverso metodiche e approcci diversi per favorire un miglioramento della percezione e della qualità di vita di ogni singolo individuo.

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