Disse Michelangelo Buonarroti a 87 anni. Il processo di apprendimento già a partire dai vent’anni cambia inesorabilmente. Come funziona secondo la psicologia e la biochimica e come intervenire sulla funzione cognitiva migliorando le prestazioni

Settembre. Si parla di scuola e ancor più in quest’anno speciale in cui nemmeno il rientro sui banchi è stato scontato. Eppure non sono sempre e soltanto i bambini a tornare a studiare, anche gli adulti, in età più o meno avanzata, possono decidere di tornare scolari. Che sia per apprendere una nuova lingua, acquisire conoscenze informatiche, per colmare una lacuna. Ma cosa comporta questo nel cervello? Come funziona l’apprendimento negli adulti?

«Il processo di apprendimento in età adulta è selettivo e auto-diretto- spiega la dottoressa Federica Peci, psicologa e ricercatrice Cerebro®-. Gli studi di settore sono concordi nell’affermare che l’adulto impara prevalentemente quello che vuole imparare e ciò che è significativo per lui, attingendo dalle risorse che ha già incamerato nel corso della vita e non è particolarmente incline a imparare qualcosa per cui non prova interesse. Se forzato impara in modo parziale e con molta probabilità dimentica in fretta».

Siamo nel campo di quella che fu definita da M.S. Knowles “andragogia” che si distingue dalla pedogagia proprio perché riguarda specificatamente la formazione dei soggetti adulti (da andros, uomo), e non l’educazione del bambino.

Secondo gli studi i due campi sono del tutto separati, per cui il processo di apprendimento deve seguire metodi e tecniche diverse. È stato dimostrato inoltre che fisiologicamente le performance cognitive iniziano il loro declino già a partire dai vent’anni, quando comincia a diminuire la velocità con cui elaboriamo nuove informazioni.

Sul perché ci sono diverse ipotesi: per alcuni il processo è da imputare alla progressiva riduzione di mielina, la sostanza grassa e bianca che ricopre gli assoni, responsabili delle connessioni tra neuroni, che riducendosi rallenterebbe queste connessioni. Per altri invece il declino, lento ma costante, è dovuto all’esaurimento della dopamina, una sostanza che diminuisce con l’avanzare dell’età.

I neurotrasmettitori implicati nel processo di apprendimento, infatti, sono diversi e giocano un ruolo chiave: «Le fasi della memorizzazione sono quattro e ognuna ha sede in un’area diversa del cervello: la codificazione (nella corteccia prefrontale), la conservazione e il rinforzo (lobo temporale), il consolidamento (corteccia prefrontale e associativa), su ognuno di queste sedi e fasi i neurotrasmettitori giocano un ruolo chiave. I principali sono l’acetilcolina, la noradrenalina e la dopamina già citata- spiega Rosjana Pica, biologa di Cerebro ®-.

L’acetilcolina svolge un ruolo importante nella funzione di memoria ed è implicata nella demenza legata all’invecchiamento: questo neurotrasmettitore aumenta l’eccitabilità delle cellule nello strato corticale e altera la vigilanza con cui l’apprendimento delle categorie di riconoscimento e modulato.

La noradrenalina è coinvolta nell’attenzione, aumenta la plasticità sinaptica aumentando l’eccitabilità corticale ed è coinvolta nel processo di rinforzo.

La dopamina, infine, è coinvolta nell’apprendimento associativo: i neuroni dopaminergici maggiormente presenti nella corteccia prefrontale attivano l’ingresso di nuove informazioni nella memoria a lungo termine. Questo neurotrasmettitore aumenta l’attività neurale e innesca reazioni che portano all’apprendimento».

Ecco perché anche in presenza di difficoltà di apprendimento, fisiologiche e non, si può intervenire: «Il fatto che per diverse ragioni le performance cognitive inizino il loro declino già a partire dai venti anni non significa certo che non si può mettere il cervello nelle migliori condizioni di apprendimento- spiega la dottoressa Peci-. Gli psicologi distinguono tra “intelligenza fluida”, ovvero la capacità di risolvere problemi nuovi, e “intelligenza cristallizzata”, un enorme magazzino di conoscenze che riforniamo e stipiamo di conoscenze nel corso della vita. Questa riserva di sapere si consolida e continua ad aumentare proprio con l’età, compensando così il declino cognitivo tipico dell’età. Ecco perché è fondamentale dedicarsi con costanza a un apprendimento lungo tutta la vita:più si impara, più si avrà facilità a comprendere. Inoltre- continua- si può intervenire anche da punto di vista biochimico: grazie alle conoscenze sui collegamenti sinaptici in funzione dell’attività cerebrale e sul ruolo svolto dai neurotrasmettitori e, naturalmente, ai sofisticati mezzi tecnologici di cui disponiamo in ambito neuroscientifico, oggi siamo perfettamente in grado di aumentare la capacità cognitiva e dell’attenzione e migliorare le fasi di consolidamento della memoria anche in situazioni critiche di patologie croniche.

La fotobiomodulazione, ad esempio, ha dimostrato essere una tecnica non invasiva che produce moltissimi e riconosciuti esiti positivi sulla funzione cognitiva e sull’apprendimento. Grazie al passaggio della luce a 810 nanometri agisce sull’intera area cerebrale corticale, con effetti a catena: la rigenerazione neuronale, l’aumento della neuroplasticità e dell’ossigenazione cerebrale, la protezione delle cellule dopaminergiche e la modulazione dei livelli di serotonina e flusso sanguigno».

Per saperne di più

Di Federica Sciacca

Giornalista e Ufficio Stampa di Cerebro ®

Cerebro®Start-Up nelle Neuroscienze ad alta tecnologia e innovazione mira ad aiutare e supportare i pazienti degli studi e poliambulatori associati attraverso metodiche e approcci diversi per favorire un miglioramento della percezione e della qualità di vita di ogni singolo individuo

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