L’importanza di una corretta comunicazione anche nella pratica clinica

Nella medicina moderna, il termine Nocebo viene usato per indicare qualsiasi sostanza o terapia medica innocua e priva di attività terapeutica intrinseca, ma in grado comunque di scatenare reazioni negative o indesiderate a causa della valenza negativa che il soggetto attribuisce alla cura.

Il termine Nocebo (dal latino, “Farò del male”) è stato suggerito da un certo numero di autori in opposizione al termine placebo, con l’obiettivo di distinguere gli effetti piacevoli dai nocivi del placebo.

I meccanismi principali su cui si sviluppa l’effetto Nocebo sono il condizionamento classico, il fenomeno dell’aspettativa così come le caratteristiche psicologiche dei pazienti e le influenze del contesto e della situazione. Le aspettative negative portano a un peggioramento delle condizioni cliniche o all’effetto Nocebo (Moerman, 1981).

Il peggioramento delle condizioni cliniche non deriva ovviamente solo dalla relazione tra il personale sanitario e il paziente ma anche tra paziente e paziente, di uno stesso reparto ad esempio, oppure da internet.

Per poter comprendere meglio la potenza della comunicazione tra personale sanitario e pazienti è importante entrare nell’assunto paradossale che informare il paziente può nuocere gravemente alla sua salute. Tutta la relazione, in questo caso, si svolge all’interno di una cornice formata da aspettative e ricerca di rassicurazione del paziente da un lato e il dovere di trasmettere le informazioni necessarie da parte del sanitario, dall’altro. In questa situazione il paradosso dell’assunto comunicativo diviene tale non per l’aspetto di sintassi, struttura del messaggio, ma a causa della semeiotica -come viene detto- e della semantica -significato di ciò che viene detto- intercettata e declinata dal paziente in base ai propri costrutti mentali. L’effetto Nocebo trova la sua collocazione principalmente in queste situazioni.

Quindi, in pratica, quando si parla di “effetto Nocebo” cosa si intende?

• Per Nocebo si intende la comparsa di un sintomo indotto dalle aspettative negative del paziente stesso (consce e soprattutto inconsce) e/o da suggerimenti interpretati o trasmessi dal sanitario (involontariamente) in modo negativo dal e al paziente in assenza di un quadro clinico di oggettivo peggioramento o di altro tipo di trattamento.

• I meccanismi di base comprendono da un lato i modelli di apprendimento condizionante di tipo pavloviano presenti nei pazienti e dall’altro, l’ansia anticipatoria generata dalle aspettative negative, proprie o indotte dalla comunicazione del clinico sia essa verbale, paraverbale e non verbale.

• Risposte nocebo possono avvenire attraverso una suggestione involontaria negativa da parte di medici e infermieri. Tipo informazioni su possibili complicazioni (se trasmesse male).

A questo punto è bene fare un esempio utilizzando una ricerca perfettamente riuscita.

Lo studioso Walter Mischel ha stabilito, grazie ad esperimenti e ricerche effettuate su primati e soggetti volontari umani che gli stati comportamentali sono determinati dalle situazioni e non, come si credeva, costituzionalmente acquisiti. Egli afferma, che un comportamento è prevedibile nella misura in cui, entrando in empatia con l’emittente, si viene a conoscenza delle sue motivazioni e delle sue emozioni in quanto, il nostro cervello, elabora le risposte comportamentali in base a due soli elementi risultanti dalla somma percettiva della fonetica, della semantica, della sintassi e della pragmatica, i: “Se … Allora”. “Se vi è un 37% di guarigione dalla malattia, allora significa che sottopormi al trattamento è utile” (cornice, mentalmente facile, condizionamento). Ma ora in che modo il sanitario può diminuire l’effetto nocebo ai propri pazienti? Alcune frasi da evitare durante la relazione sanitario-paziente:

• Frasi che causano incertezza: “Il trattamento potrebbe funzionare”, “Proviamo questo farmaco!”

• Espressioni gergali: “Durante l’esame (tomografia) il suo cervello sarà tagliato in piccole fettine e poi analizzato successivamente!”

• Frasi ambigue: “Tra poco la faremo addormentare e non sentirà più nulla”

• Enfatizzare aspetti negativi: “Deve assolutamente evitare di sollevare oggetti pesanti, se non vuole finire paralizzato!”

• Focalizzare l’attenzione: “Alzi la mano se sente dolore!”, “Ha nausea?”

• Negazione del sintomo: “Non deve preoccuparsi, sanguinerà solo un po’”.

Le implicazioni etiche sono quindi molteplici; i medici sono agenti terapeutici che devono utilizzare le informazioni per prendere le “giuste” decisioni, per fornire la terapia basata sulla conoscenza dei processi patologici. Tuttavia, ciò che è tecnicamente “corretto” potrebbe non essere biomedicalmente ed eticamente “buono” per un particolare paziente in una determinata fase di malattia.

Quindi l’individualizzazione dei processi clinico-riabilitativi non si soffermano solamente sulla necessità di riconoscere valore alle esperienze di vita di quel paziente ma di riconoscere il valore delle sue esperienze in quel determinato momento in cui giunge all’attenzione medica, che può modificarsi nelle volte successive.

[Fonte: Medicina di Frontiera anno III, Nr. 1]


Di Federica Peci

Psicologa, Giornalista Scientifica

In collaborazione con lo Staff di Cerebro®

Cerebro®, Start-Up nelle Neuroscienze ad alta tecnologia e innovazione mira ad aiutare e supportare i pazienti degli studi e poliambulatori associati attraverso metodiche e approcci diversi per favorire un miglioramento della percezione e della qualità di vita di ogni singolo individuo.

Condividi
Category
Tags

Comments are closed