Perché non ci dovrebbe essere una giornata delle donne nella scienza 

di Federica Peci 

Sono una ricercatrice in ambito neuroscientifico, ho fondato un’azienda innovativa (ufficialmente è registrata così) di dispositivi medicali per la neuroriabilitazione cerebrale e sono titolare di 6 brevetti (nazionali e internazionali). Sono una donna di scienza ma l’11 febbraio, la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, mi fa storcere il naso.  
Sia chiaro, è giusto e doveroso ricordare e celebrare tutte quelle donne che per prime hanno mosso i passi verso la parità di genere in tutte le arti e scienze. Non serve dirlo che per troppi decenni la scienza è stata portata avanti da luminari in una società che permetteva solo agli uomini carriere -se si possono definire così- di questo tipo, limitando le donne in tutto e per tutto. Senza contare che è ancora così in troppi parti del mondo. Ma oggi celebrare il ruolo delle donne nella scienza e nelle materie STEM come se proprio perché è più difficile allora siamo più brave, non lo comprendo. Credo che in Italia ognuno possa portare avanti le idee con le proprie forze e le proprie battaglie indipendentemente da sesso, orientamento sessuale e religione. Il genere non cambia il modo di fare scienza. Il metodo scientifico per scienziati e scienziate è lo stesso, è rigoroso, preciso, completo. Osservazione, ipotesi, esperimenti: la scienza è scienza.  

Non è più difficile per una donna diventare un’innovatrice, è difficile diventare innovatori e basta, per tutti. Innovare significa alterare l’ordine delle cose stabilite per far cose nuove, essere i primi a portare qualcosa agli occhi del mondo e la difficoltà sta proprio li. Per innovare servono diverse cose, prima tra tutte quella di essere un po’ visionari, che non significa sognare ma non accontentarsi perché l’innovazione richiede il coraggio di rompere con il consueto e una visione del futuro. Saper individuare con anticipo cosa manca nel proprio settore e realizzare soluzioni o idee che ancora non sono state applicate oppure migliorare quelle che già ci sono. Servono conoscenza, ricerca, saper utilizzare la tecnologia e saper collaborare e comunicare, quindi lavorare con altri. 

La giornata delle donne nella scienza non ci dovrebbe essere anche perché significa che ancora c’è tanta strada da fare e questo a volte l’ho sperimentato anche io. Ho avuto diverse esperienze che mi hanno fatto percepire scetticismo da parte di chi mi ascoltava perché ero donna e oltretutto perché ero giovane. Questo atteggiamento resta ancora da combattere con autorità e competenza. Nel mio lavoro la maggior parte dei professionisti con cui interagisco sono uomini (se non tutti), io adotto una strategia comune: mi presento in modo chiaro e diretto dicendo le competenze che ho e che sono frutto di anni di studio e dedizione e che nessuno può permettersi di mettere in discussione.  

Nella mia azienda siamo tutte donne e che bello sarà quando l’11 febbraio ci ricorderà solo la fatica che hanno fatto le donne del passato per primeggiare nella scienza per il solo fatto di essere donne.